IL CANTICO DELLA SPOSA
E’ pasqua. La Chiesa, sposa di Cristo, oggi, esprime, con i segni della solennità e della gioia, la consapevolezza del suo evento fondante: lo Sposo, il Signore Gesù, addormentato sul talamo della croce, è ritornato, vincitore, dall’oscurità della morte. Per questo l’Amata si riveste “di preziosi ricami… gemme e tessuto d’oro è il suo vestito” (Salmo 44). Deve risplendere, luminosissima. Anche se, avvisa S. Ambrogio, “essa rifulge non di luce propria, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia”. A lei si rivolge l’Amato con le parole del Cantico dei Cantici: << Sei tutta bella, amica mia, sei tutta bella: in te non c’è macchia!» (Ct.ct. 4, 7).
Appunto. Benché la Chiesa abbia coscienza di essere formata da uomini e donne peccatori. S. Ambrogio è audace e paradossale: «Da un popolo di peccatori deriva una Chiesa senza peccato». Affermazione quanto meno illogica e sostanzialmente scorretta! Incomprensibile al di fuori della fede. E’ Cristo (e lui solo), in effetti, la sorgente della bellezza spirituale della Chiesa. Che non rivendica nessun merito in proposito. Su di lei lo Sposo ha effuso il soffio vitale del Paraclito… spirato dalla croce; con il sangue e l’acqua, scaturiti dal suo co- stato squarciato dalla lancia: il sangue eucaristico ha inebriato il cuore della sposa come i calici traboccanti di “vini eccellenti” rallegrano il banchetto nuziale; l’acqua battesimale ha lavato le molte macchie dei suoi molti peccati rendendola “santa e immacolata” al Suo cospetto nell’amore.
E’ pasqua. Possiamo contemplare la Chiesa dal punto di vista di Cristo. Anche il Concilio Vaticano II ci insegna ad “ammirarla” con gli occhi innamorati dello Sposo: “Cristo, Figlio di Dio, ha amato la sua Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per santificarla, e l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita con il dono dello Spirito Santo” (LG 5). Il medesimo sguardo sponsale ispirò a Paolo VI, pastore dalle membra ormai vacillanti ma dal cuore incandescente, “servo dello Sposo” e suo Vicario in terra, parole appassionate per rappresentare il personale, intimo e struggente rapporto con il mistero della Comunità credente:
«Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare, della mia prossima morte, un dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare… Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone… in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla» (Paolo VI, Pensiero alla morte).
Che bella, la Chiesa del Risorto! Nonostante la sua “umana e imperfetta consistenza, le debolezze e le miserie di tutti i suoi figli, i suoi aspetti meno simpatici” (Paolo VI): in lei rifulge la luce del Vivente. Anche a Calcio, a Pumenengo e a Santa Maria. Certamente! Assolutamente!
Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2026