LA PAROLA AL PARROCO, 3 maggio 2026.

ATEI DEVOTI E… DEVOTI ATEI 

L’espressione “ateo devoto” è stata coniata dal giornalista Giuliano Ferrara, che si autodefinisce, per l’appunto, un “ateo devoto che non è ateo e non è devoto, ma rispetta la devozione e ammira la grande impresa della fede dogmatica nei secoli, mentre disprezza la cultura dogmatica dei falsi laici e liberali” e si considera “uno che sta fuori le mura della Chiesa” ma è un “laico innamorato della fede degli altri”. La definizione, a rigore di logica, è una contraddizione in termini, poiché pretende tenere insieme due condizioni inconciliabili tra loro: l’ateismo, ovvero la negazione di Dio, con la devozione, che è “vivacità spirituale” generata dalla fede. L’ossimoro, tuttavia, è originale e intrigante. E non sarò certo io a negare la prerogativa di “ateo devoto” a chicchessia voglia compiacersene. Men che meno a Giuliano Ferrara. Per il quale non ho mai nutrito particolare simpatia, ma che ammiro per il “coraggio da leone” con cui, in totale solitudine, nel 2008, ha politicamente e culturalmente promosso una campagna contro la legge sull’aborto in Italia e una moratoria internazionale (analoga a quella già invocata contro la pena di morte), fino a costituire una vera e propria lista “in difesa della vita umana”: “L’aborto – spiegava ai “progressisti” di tutti gli schieramenti dell’emiciclo parlamentare scandalizzati per il suo “integralismo” – è legale ma non è un diritto legittimo o moralmente indifferente, come si è predicato in questi trent’anni, con un miliardo di aborti in Occidente. C’è una bella differenza tra atto legale e atto legittimo. Il diritto di autodeterminazione della donna non può affermarsi contro il bambino”.

Ecco, se penso che per ogni pena di morte comminata ad un criminale ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati ad esseri umani innocenti, concepiti nell’amore o nel piacere e destinati, prima di venire alla luce, alla mannala dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico attraverso la pillola Ru486, mi persuado che l’intransigenza sul valore “sacro” di ogni vita meriti ampiamente a Ferrara il diritto di chiamarsi “devoto”: benchè non creda in Dio. Il confronto, invece, mette in crisi chi, come me, nonostante coltivi diverse devozioni, non può attribuirsi troppo superficialmente la qualifica di “credente”. Già, perchè si può essere devoti, o presunti tali… e praticamente atei. La differenza tra gli “atei devoti” e i “devoti atei” è che i primi confessano esplicitamente di non credere in Dio e, tuttavia, sono sensibili ad alcuni irrinunciabili valori umani e spirituali; i secondi, al contrario, sono convinti di credere in Dio e si professano anche molto religiosi, ma vivono, praticamente, come se Dio non ci fosse.

Lo scriveva con chiarezza il filosofo francese Jacques Maritain (+1973) che, in un opuscolo dedicato all’ateismo contemporaneo, paradossalmente colloca in cima alla lista delle diverse tipologie di atei… una certa specie di credenti: «Dal punto di vista del soggetto umano che professa l’ateismo, dirò che vi sono anzitutto gli “atei pratici” i quali credono di credere in Dio, ma in realtà negano la sua esistenza in ogni loro azione: essi adorano il mondo, il potere o il denaro» (J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo).

Dello stesso parere era, qualche secolo prima, anche S. Francesco di Sales (+1622), maestro spirituale e grande cono- scitore dell’animo umano. Nel suo famosissimo libro “Filotea: introduzione alla vita devota”, egli avvisa che ci si può illudere di essere molto devoti e non esserlo affatto:

“Ognuno si crea la devozione secondo le proprie tendenze e la propria immaginazione. Chi si consacra al digiuno penserà di essere devoto perchè non mangia, mentre ha il cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e neppure nell’acqua per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo a tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro penserà di essere devoto perchè biascica tutto il giorno una sfilza interminabile di preghiere; e non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua rifilerà ai suoi più prossimi… Tutta questa brava gente dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente!” (S. Francesco di Sales, Filotea, 1,1).

L’argomento, dunque, è tutt’altro che sofistico. E’, anzi, assolutamente sostanziale per i Cristiani e di estrema attualità: certi “atei” che si ribellano all’ingiustizia, alla discriminazione, al razzismo… probabilmente, agli occhi di Dio, appaiono più “devoti” di quei “devoti”, credenti e praticanti, che vomitano tutto il male possibile contro i fratelli e sorelle la cui colpa è di essere miserabili, disgraziati, strani o addirittura… stranieri. La pietà verso i quali viene considerata ingenuità e buonismo: insomma, uno spreco di compassione… inutile e pericoloso.

Ultimo aggiornamento: 3 Maggio 2026