I GIGLI SELVATICI, I PAPAVERI E… IL GELSO
Nel mio piacevole “andirivieni” quotidiano da autista “estivo” del pulmino per “trasmigrare” e “remigrare” i ragazzi e le ragazze che, da Pumenengo e da Santa Maria, partecipano al Grest unitario all’Oratorio di Calcio, non ho potuto fare a meno di notare, con qualche stupore e una certa “francescana letizia”, la bellezza semplice eppure affascinante dei fiori spontanei ai margini della strada: dei gigli selvatici, dei papaveri, della camomilla, di alcune spettacolari inflorescenze gialle di cui non ho ancora scoperto il nome… Lo confesso: mi sono molto complimentato – tra me e me, ovviamente – con i gigli, per il loro “abito” elegante dall’intenso colore “aragosta”, e adesso mi sembra perfino di capire meglio le parole di Gesù: «Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano… eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt. 6, 28-29). Il paragone evangelico con il sapiente e raffinato re d’Israele riconosce alla numerosa schiera dei “lilium”, che addobbano il cammino tra le nostre Comunità, una dignità assolutamente “regale”. Come “via regale” è certamente il percorso di partecipazione, di condivisione e di speranza che ci fa crescere nella vocazione all’Unità Pastorale: per riconoscere priorità assoluta al Regno di Dio, grazie al quale – assicura il Maestro – ci sarà dato “anche tutto il resto” (Mt. 6, 33).
E che dire dei papaveri? Sono ricomparsi, finalmente, dove è stato vietato l’uso dei prodotti anti-infestanti: rossi come il sangue e poveri come un’erbaccia. Un animo romantico li ha definiti “fiori plebei vestiti di seta pura”: condivido in pieno! Dirò di più: accarezzati dal vento sono autentica poesia. Suggestione mistica e memoria eucaristica quando screziano, con la tinta purpurea del martirio, le messi pronte per la mietitura. Evocati da una famosa canzone di Fabrizio De Andrè – in voga negli anni della mia adolescenza – per contestare l’inutile strage di soldati caduti nella prima guerra mondiale, possono sollecitare anche noi, oggi, precipitati in analoghe circostanze, a perseguire irriducibili propositi di pace: «Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi» (La guerra di Piero, 1964).
Desiderio di quiete, voglia di silenzio e di interiorità mi ispirano, invece, i cespugli di camomilla, numerosi e consistenti ai bordi della carreggiata: piccoli fiori dal profumo inconfondibile, delicati come una parola buona, umili come la terra incolta che li genera e li ospita. Donati all’umanità affinchè – nel loro esinanirsi passando per l’acqua e il fuoco – diventino farmaco a sollievo del corpo e dello spirito. E poi non voglio e non posso dimenticare le “spettacolari inflorescenze gialle” che si ergono al cielo come fari luminosi: dieci, venti, cento corolle che si nutrono della stessa linfa vitale, legate allo stesso stelo, prossime le une alle altre per lasciasi baciare insieme dal sole, di cui riflettono lo splendore in un’invidiabile esperienza di fraternità. Immagine della Chiesa, forse, che rivela il suo mistero soprattutto nella comunione tra figli dello stesso Padre. Illuminati da Cristo, in Lui radicati, di Lui rivestiti. E cosa dire delle campanule bianche rampicanti che, per lunghi tratti, ornano, come un merletto, la sponda dei canali? E i fiordaliso? L’elenco sarebbe lungo… Sono grato al Creatore per il dono che mi concede, in queste settimane, di “contemplare”, con occhi meravigliati, ciò che osservo abitualmente in modo affrettato e superficiale.
E poi… c’è il gelso. Già: meno male che c’è il gelso! E non mi riferisco all’albero – così rustico, robusto, dolcissimo nei suoi frutti – ma piuttosto all’associazione calcense che ne ha assunto il nome: “Il gelso”, per l’appunto, che coordina e organizza i Volontari dell’ambiente, promuovendo interventi sistematici dentro e fuori il paese, per custodire e difendere il nostro patrimonio naturale. Ogni giorno, mentre svolgo il mio quotidiano servizio di autista per la “trasmigrazione” e la “remigrazione” (parole tristemente alla ribalta della politica italiana e mondiale!) dei giovanissimi partecipanti al Grest dedicato a san Francesco d’Assisi – cantore delle creature – benedico Dio per i fiori di campo che si concedono al mio sguardo, ma benedico anche i Volontari de “Il gelso” per l’opera che svolgono contro il degrado, l’inciviltà, l’abbruttimento del nostro territorio, ripulendo le rive dei nostri fossi, il ciglio delle nostre strade, gli spazi comuni. Un invito ed un esempio per tutti: ad essere più disciplinati e attenti, ad apprezzare il contesto in cui viviamo e a renderlo sempre più… vivibile. Per noi e per gli altri. E, sempre più convinto, benedico anche la memoria di papa Francesco per sua la profetica, coraggiosa e contestatissima enciclica “Laudato sì”.
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno 2026