NOSTALGIA, TRADIZIONE, TRADIZIONALISMI E… SCISMI
Poiché non faccio mistero, né in privato né in pubblico, della fiducia che ripongo nel “dialogo” con i “non-credenti” e con i “non-Cristiani” (attitudine fermamente incoraggiata dal Concilio Vaticano II), mi è capitato di trovare nella cassetta postale della canonica – l’episodio risale a qualche anno fa – la fotocopia di un articolo di Tommaso Scandroglio pubblicato sul quotidiano on-line “La nuova bussola quotidiana”, dal titolo emblematico: “Abbiamo nostalgia”. Si tratta di un elenco di “nostalgie” lungo e motivato. Appassionato, perfino. Lo lessi in un crescendo di coinvolgimento emotivo, arringato dalla concretezza degli argomenti e quasi sedotto dalla “radicalità” delle contestazioni: alla Chiesa di oggi, che non è più “madre ma matrigna”; ai suoi pastori (vescovi) che «hanno venduto il gregge… e hanno mandato al macero la verità»; ai suoi preti che si presentano come «evoluzionisti della dottrina» anziché esserne «custodi umili e amorevoli». Estremamente puntuali anche le rivendicazioni “nostalgiche”: della «chiarezza» contro l’ambiguità; della «solidità dei valori» contro l’annacquamento provocato dall’inclusività; «di ciò che è radicale, incondizionato, non negoziabile» contro il nauseante e comodo ricorso al «discernimento»; di «ciò che è puro, alto e nobile» contro il «terrapiattismo del pensiero». Trionfale la conclusione: «Abbiamo nostalgia del Dio di Gesù Cristo, morto in croce per noi, e non di quello che è in ansia per la biodiversità del pianeta, né di quello che ha voluto il pluralismo religioso, né di quello che imbarca tutti sull’arca della salvezza, compresi quelli che non ci vogliono salire. Sì siamo nostalgici e ce ne vantiamo, perché è una nostalgia fondata sulla certezza che Cristo ha vinto il mondo».
Poiché la copia dell’articolo era stata recapitata, sia pure anonimamente, a me – incluso, quindi, nel novero «dei torturatori della verità, dei piromani della dottrina, dei cravattari dell’ortodossìa, dei falsari del Vangelo, dei manipolatori della coscienza» che «ciarlano» troppo di immigrati, di ambiente, di emarginazione, di fraternità a scapito delle «cose ultime, le quali sono le sole per le quali valga la pena di vivere» – la ricevetti come strumento di verifica, quasi fosse la traccia per un esame di coscienza pastorale.
Ripensandoci a distanza di tempo, però, anch’io sento di dover confessare le “mie nostalgie”. Soprattutto una: la nostalgia del “senso della Chiesa”. Come lo intendeva un grande pensatore cattolico, Romano Guardini, che, fin dal 1922, riconosceva «in atto un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime». «Nell’affermazione di Guardini – ha spiegato il teologo Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI – la Chiesa è finalmente riconosciuta e sperimentata come qualcosa di interiore, che non sta di fronte a noi come un’istituzione qualsiasi, ma che vive in noi stessi». Già: al discepolo di Gesù è richiesta un’anima ecclesiale. Senza la Chiesa, infatti, un cristiano non esce dalla sua solitudine radicale e rimane abbandonato a sè stesso, alle sue esperienze e appartenenze particolari, al suo personale punto di vista “religioso” e alle sue preferenze spirituali. Il “senso della Chiesa”, invece, gli consente di essere “cattolico a tutto tondo”, cioè di avere lo sguardo sull’intero, e di tenere insieme gli opposti senza “sfumare i contorni” e senza negare nulla: Dio e uomo, preghiera e azione, storia ed eternità, annuncio e dialogo, istituzione e carisma, accoglienza del nascituro e accoglienza del migrante, morale sessuale e morale sociale, libertà e grazia, Parola ed Eucarestia, Scrittura e Tradizione… In chi ha un’anima ecclesiale tutta la fede richiama tutta la vita, ogni parte recupera l’intero. Per questo il “risveglio della Chiesa nell’anima” genera nei credenti estrema riconoscenza e li rende reciprocamente comprensivi e compassionevoli, determinati a “tessere” con pazienza la trama delicata e costosa della comunione tra tutti i figli che l’Unigenito ha adottato al Padre. Chi “sente con la Chiesa” fiuta, e quindi rifiuta, l’opera subdola del “Divisore”, cioè del diavolo – ancorchè travestito da “angelo di luce” – in ogni “strappo” della “tunica senza cuciture” del Crocifisso, ma soprattutto nello “scisma”, che è vivisezione del Corpo di Cristo: doppiamente diabolica se giustificata nel nome di una fedeltà alla “sacra tradizione” in palese contrasto con il più “tradizionale” degli atteggiamenti cattolici, ovvero l’umile ossequio – ispirato da autentico “senso della Chiesa” – verso il Successore di Pietro: si chiami Pio, o Giovanni, o Paolo, o Giovanni Paolo, o Benedetto, o Francesco… o Leone! A lui Gesù affida la missione di confermare i fratelli nella fede e di custodirne integralmente ma vitalmente il “deposito”; a lui consegna il “potere delle chiavi”; a lui assicura che “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt. 16,18).
Ecco di che cosa io ho molta, moltissima nostalgia! Con buona pace di Scandroglio… e dei “tradizionalisti” di Ecône!
Ultimo aggiornamento: 29 Luglio 2026