LA PAROLA AL PARROCO, 6 settembre 2026

TOC TOC: DONNA PRASSEDE… ABITA QUI ?

Anche se ne ignoriamo volentieri il carattere imperativo, il Vangelo è esplicito: «Se il tuo fratello commette una colpa contro di te, va e ammoniscilo fra te e lui solo: se ti ascolterà avrai guadagnato tuo fratello» (Mt. 18,15). L’esortazione di Gesù ipotizza una relazione tra “fratelli” compromessa da una “colpa” dell’uno nei riguardi dell’altro: ipotesi tutt’altro che surreale! Tant’è vero che la pedagogia ascetica cristiana ha esteso l’insegnamento del Signore a tutte quelle situazioni nelle quali s’impone il ricorso alla cosiddetta “correzione fraterna”: espressione che, fin dall’etimologia, propone a chi crede nel Dio “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia” (Es. 34, 6) di “con-reggere”, ovvero di “reggere insieme” al suo prossimo un qualche stato di debolezza morale. “Reggere insieme”: una logica ed uno stile molto diversi dal “giudicare” e dal “condannare” che, tanto frequentemente, hanno reso inaccettabili anche i tentativi più sinceri e motivati per “riportare sulla retta via” i devianti, e i deviati, di ieri e… di oggi.

Una cosa, infatti, è certa: come discepolo di Gesù sono corresponsabile della “salute spirituale” dei fratelli e delle sorelle con i quali vivo; i loro errori non sono estranei alla mia personale posizione davanti a Dio, che mi chiede conto non solo della mia “salvezza” ma anche di quella altrui. Ovviamente, non alla maniera della “donna Prassede” di manzoniana memoria, il cui «studio era di secondare i voleri del Cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prendere per Cielo il suo cervello”; e perciò «riusciva dalla parte opposta» quando si proponeva di «raddrizzare un cervello (altrui, ovviamente), di mettere sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno». Come nel caso della “povera” Lucia, riguardo alla quale «s’era subito persuasa che una giovine, la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono… qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere» (I promessi sposi, cap. XXV). A differenza dell’insopportabile gentildonna, che Manzoni stigmatizza per il suo senso di «superiorità quasi innata», un cristiano non si scandalizza delle colpe altrui: «Nella migliore utopia – osserva ironicamente lo scrittore G. K. Chesterton, convintamente anti-cattolico prima della conversione ed entusiasticamente cattolico dopo – devo essere preparato alla caduta morale di qualunque uomo, in qualunque posizione, in qualunque momento; specialmente alla caduta di me stesso
in questo stesso momento» (G. K. Chesterton, Ortodossia: “La rivoluzione eterna”, cap. VII).

Un credente, tuttavia, non si rassegna mai al male. Sa che disertare la vigilanza – anzitutto su di sé e poi sugli altri – non è atteggiamento da superficiali ma da incoscienti. Significative, comunque, le parole di san Clemente Romano (+97), che loda chi è misericordiosamente solidale – senza diventarne complice – con i peccatori: “Voi vi affliggevate per le mancanze del prossimo, come se i difetti altrui fossero stati vostri” (Lettera ai Corinti, 2). Ecco, la correzione è efficace quando viene generata dalla pietà: il discepolo del Signore porta, nella sua preghiera riparatrice e nella sua penitenza segreta, il volto dei fratelli e delle sorelle che vorrebbe “correggere”. E’ la “compassione” il movimento interiore che purifica le parole e rettifica l’intenzione di chi corregge gli altri.

Come prete, deputato al ministero sacramentale della correzione, mi piacerebbe vivere le parole del monaco e mistico orientale san Simeone Nuovo Teologo (+1022): «Il sacerdote considera i peccati degli altri come suoi stessi peccati». Non c’è dubbio: i penitenti che si accostano al mio confessionale se ne accorgerebbero immediatamente!

Ultimo aggiornamento: 5 Settembre 2026