SE LA MISERICORDIA NON SI E’ ANCORA STANCATA DI NOI…
Il 4 agosto scorso ho celebrato l’Eucarestia facendo memoria – insieme all’intera Chiesa Cattolica – di san Giovanni Maria Vianney (+1859), il sacerdote francese popolarmente conosciuto come il “Santo Curato d’Ars”: del quale, fin dagli anni del Seminario, ammiro – purtroppo senza il coraggio e la forza di imitarlo – lo spirito di preghiera e di penitenza con i quali, per oltre 40 anni, ha svolto il ministero nella minuscola (230 fedeli in tutto) e “impermeabile” Comunità cristiana affidata alla sua “cura” pastorale. Per la devozione che nutro nei suoi confronti ho partecipato, nel 2009, ad un pellegrinaggio di preti ad Ars, in occasione dell’Anno Sacerdotale promosso da papa Benedetto XVI per commemorare il 150° anniversario della morte di san Giovanni Maria. Ricorreva anche il XXV compleanno della mia ordinazione presbiterale: l’esperienza, pertanto, fu molto intensa ma il confronto con il “modello”… destabilizzante! Supponendo, poi, la mia benefica ma inconcludente “invidia” per il Santo Curato, una giovane universitaria di Cividale Mantovano – di cui allora ero parroco – rientrando da Parigi dopo una breve ospitalità presso la Comunità delle Monache di Betlemme al centro della Ville-Lumière, mi portò in dono una statuetta di san Giovanni Maria realizzata nei laboratori dell’eremo: la tengo sulla mia scrivanìa, in canonica, accanto al Crocifisso e ad un teschio in rame. Tre “richiami” di cui ho estremamente bisogno.
Nell’immaginario collettivo, tuttavia, il Curato di Ars è stato soprattutto un “confessore accanito”: in effetti la fama di santità attrasse al suo confessionale, in un villaggio sperduto nella campagna dell’immensa Francia post-napoleonica, migliaia di penitenti, tanto da costringerlo, talvolta, a confessare per diciotto ore al giorno. Un vero “accanimento terapeutico” il suo: ministero di guarigione e di rigenerazione spirituale. Ispirato dalla compassione di Gesù verso i peccatori, dalla fiducia nell’opera misteriosa della Grazia, dalla consapevolezza di essere strumento della misericordia di Dio. La figura di san Giovanni Maria riporta, quindi, alla ribalta il più “imbarazzante”, ma anche il più “giovanile”, dei sacramenti del settenario: la Confessione. “Imbarazzante” dal punto di vista psicologico. “Giovanile” sul versante più strettamente dinamico-formativo. Vitale per entrambe gli ambiti. Anche se palesemente “in crisi”. E non da oggi. Al punto che, da secoli, la Chiesa “precetta” i cristiani perché “si confessino almeno una volta all’anno”. Una scelta minimale. Evidentemente minimale. L’esperienza, infatti, dimostra quanto sia decisiva, per la vita secondo lo Spirito, la “confessione frequente”. Un’opzione pastorale che oggi “non fa tendenza”, anche se “contro i fatti non servono argomenti”. L’accostamento regolare alla Penitenza, infatti, mantiene vivo il senso del peccato (che è figlio del “senso di Dio”) e custodisce l’esigenza della “conversione” come atteggiamento “diffuso” nel cammino di fede.
Poiché, secondo santa Teresa di Lisieux, Dottore dell’Amore Misericordioso, a caratterizzare il “peccatore” non è tanto la debolezza che induce a cadere, quanto piuttosto l’affetto al peccato. Il Maligno sa come ingolosirci e come intrappolarci in una dipendenza sempre più costringente. E soffocante. Quando ci accorgiamo che il peccato è insopportabile e nauseante, in realtà ci ha già ridotti in schiavitù. E così, paradossalmente, concedersi al male diventa una sorta di auto-punizione: si pecca per castigarsi di essere peccatori. Un vero circolo vizioso. Interrotto e inchiodato dall’intervento della Grazia sacramentale che, in noi, non è solo “sanante”, ma anche “energetica” e rivitalizzante. La frequente accusa delle nostre colpe proclama l’inesauribile bontà del Signore, e diventa, essa stessa, essenziale per la formazione di Cristo in noi. E siccome la Penitenza è un sacramento, cioè un segno di salvezza posto secondo la logica divina dell’incarnazione, essa affina in noi un sempre più autentico “senso ecclesiale”, ovvero la percezione di appartenere ad una Comunità di salvati. Chi “si confessa” spesso, insomma, riconosce più facilmente nella Chiesa la mano tesa al peccatore: si sente raccolto dalle sue molteplici dispersioni, riabilitato, ancora degno di fiducia in un contesto di fratelli e sorelle bisognosi, “tutti, tutti, tutti”, di conversione. Il nostro Dio deve essere davvero Onnipotente… se la sua misericordia non si è ancora stancata di noi. E pensare che io, invece, benché “misericordiato” (direbbe papa Francesco) senza stanchezze da Lui, mi stanco così presto di perdonare al «fratello che commette colpe contro di me» (Mt. 18, 21)!
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre 2026