LA PAROLA AL PARROCO, 22 giugno 2025

AVE VERUM CORPUS: TI SALUTO O VERO CORPO…

“Ave verum Corpus” è l’inizio dell’inno, in lingua latina, con il quale noi Cattolici professiamo, da secoli, la fede nell’Eucarestia, vero Corpo di Cristo: la splendida e geniale versione polifonica elaborata da Mozart nel 1791 ha reso famosi, ben oltre i confini della Chiesa, non solo la melodìa ma anche il testo medievale, di struggente lirismo. “Ti saluto, cioè mi piego in amorosa contemplazione davanti a te, vero Corpo nato da Maria Vergine…”: oggetto dell’esaltazione, anzi dell’adorazione, dunque, è… un corpo. Il corpo del Verbo incarnato. Fenomeno davvero singolare.

A noi Cristiani, infatti, viene spesso rimproverato di avere una concezione pessimistica e “peccaminosa” della corporeità: in particolare, proprio noi saremmo i responsabili di tutte le turbe morali e psichiche, consce e inconsce, che affliggono l’umanità, derivanti da una visione ostinatamente “castigata”, e quindi non naturale e non spontanea, della nostra condizione carnale. Ecco: a riscattarci da una simile accusa (confesso, tuttavia, che è sempre commovente incontrare, tra i credenti, qualche superstite tormentato da certi scrupoli…) è il mistero “adorabile” dell’Eucarestia, cioè del vero Corpo e del vero Sangue di Cristo, che esalta, oltre misura, la materialità e, perfino, la fisicità della permanenza di Dio in mezzo a noi e in noi. Una “presenza” che il Cattolicesimo, senza superare il limite del “velo sacramentale”, definisce, con ostentata insistenza, “reale”: una qualifica che crea una analogia speciale… anzi una identificazione “sostanziale” e audace, tra il “vero Corpo (in carne e ossa) nato da Maria Vergine, veramente immolato sulla croce” e risorto il terzo giorno con l’Ostia santa consacrata sull’altare durante la Messa.

Ostia santa… che merita, perciò, di essere adorata. Affidata ai discepoli come “pane di vita eterna”, l’Eucarestia è, anzitutto, da mangiare: “Questo è il mio corpo… Prendete, mangiatene tutti!”. Ma l’adorazione non contraddice al bisogno di nutrirsi: “adorare”, infatti, significa, nel suo significato più originale, “portare alla bocca”. Si adora, in certo qual modo, per aumentare la fame, per far crescere l’attesa del pasto o per prolungarne il piacere dopo la consumazione. Perché… si mangia anche con gli occhi! Parliamo della fame di Dio, ovviamente. Nel senso che Dio ne è, contemporaneamente, l’oggetto e il soggetto. Egli ci “affama” del suo amore secondo la misura della fame che Egli ha del nostro.

Per quale ragione, infatti – osserva un autore spirituale contemporaneo – il Verbo Incarnato, nascendo a Betlemme, sarebbe stato deposto in una “mangiatoia”, se non perché destinato ad essere mangiato? Ma Egli – osservava papa Benedetto XVI – prima fu adorato da Maria e da Giuseppe, dai pastori e dai Magi: perché la contemplazione del “Dio fatto carne” ci preparasse a riconoscere la nostra fame del “pane vivo disceso dal cielo”, cioè della sua “carne per la vita del mondo” (Gv. 6,51). In effetti, se il primo peccato della storia fu consumato “mangiando dell’albero della conoscenza del bene e del male”, la redenzione non poteva che esserci offerta se non “mangiando dell’albero della vita”: cioè della croce, il cui frutto benedetto è lo stesso Gesù. Ciò che si mangia non solo entra nel corpo, ma diventa “con-corporeo”. L’Eucarestia osa anche di più: rende noi “con-corporei” a Cristo. Una sola carne con Lui. Che fa della nostra fragile umanità il tempio della Trinità divina. Carne destinata alla risurrezione. Corpo glorioso. Definitivamente votato alla vita. Anzi: corpo eucaristico: da spezzare e donare per una comunione più grande!

Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2025