LA PAROLA AL PARROCO, 7 dicembre 2025

LOGIO DELLA DELICATEZZA

Uno dei compiti più urgenti e difficili, nell’educazione delle nuove generazioni, è la formazione della “coscienza”. Che impone, a noi adulti, il duplice impegno di “custodire” scrupolosamente la nostra nella verità, cioè nel bene, e di “prenderci a cuore” la crescita della sensibilità morale dei ragazzi e degli adolescenti a noi affidati. Va da sé che per accostarsi ai giovani in modo educativamente efficace, ovvero da testimoni della bellezza e dell’originalità della coscienza cristiana, è necessario che noi, uomini e donne più “maturi”, viviamo, in prima persona, la sequela del Signore, lasciandoci raggiungere, alle radici dell’essere e dell’operare, dalla luce della sua Parola, esponendo al suo giudizio le dinamiche interne delle nostre scelte, dei nostri progetti e delle intenzioni più segrete.

Insomma: dobbiamo recuperare la stima per una qualità spirituale, la “delicatezza”, che, per essere tanto ordinaria quanto fondamentale, rischia di apparire una “debolezza” inutile o addirittura dannosa. Soprattutto in una società come la nostra, nella quale la “ragione” e il “torto” si decidono nelle piazze, soprattutto televisive e informatiche. Sull’onda di reazioni più “viscerali” che “razionali”. Dalle quali i nostri figli si sentono incoraggiati a sedere boriosamente sulla cattedra dei tribunali di “rete”, dai quali emettono giudizi spietati e sentenze senza appello: innescando, non solo virtualmente, una catena di violenza inaudita.

La delicatezza di coscienza esigerebbe, in un adulto, la vigilanza continua sul proprio mondo interiore, ma anche sul proprio modo di parlare e di reagire alle sollecitazioni più “destabilizzanti”; comporterebbe un’attenzione responsabile ai propri atteggiamenti cosiddetti “spontanei; implicherebbe la preoccupazione di non spegnere, con la propria rabbia scomposta, la tensione ideale di cui i giovanissimi sono capaci, e la voglia di fraternità che è loro necessaria per crescere sognando un mondo migliore.

Il 3 dicembre scorso – qualche giorno fa – il presidente degli Stati Uniti d’America, per l’ennesima volta, si è scagliato, con un linguaggio a dir poco sguaiato, graffiante e dispregiativo, contro i migranti, in particolare contro i Somali, che ha paragonato alla “spazzatura”: «Non li voglio – ha dichiarato a più riprese – nel nostro Paese. Andremo nella direzione sbagliata se continueremo ad accogliere quest’immondizia ». Parole di un’arroganza insostenibile. Insopportabili sulle labbra di chi, il 10 febbraio 2025, nello studio ovale alla Casa Bianca, attorniato dai telepredicatori e dai pastori di diverse confessioni cristiane (esclusa quella cattolica, grazie a Dio) in una postura da “ultima cena”, si è proposto “messianicamente” al mondo quale “unificatore” (unifier) e operatore di pace” (peacemaker). Una commedia ipocrita e disgustosa.

Contro le deportazioni di massa promosse da Donald Trump e la “teologia della prosperità” di cui si fa araldo e garante, un altro cittadino americano, il papa Leone XIV, nella sua prima Esortazione Apostolica, “Dilexi te”, dedicata all’amore verso i poveri, scrive:

«L’esperienza della migrazione accompagna la storia del Popolo di Dio. Abramo parte senza sapere dove andrà; Mosè guida il popolo pellegrino attraverso il deserto; Maria e Giuseppe fuggono con il Bambino in Egitto. Lo stesso Cristo, che “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”, ha vissuto in mezzo a noi come uno straniero. Per questo motivo, la Chiesa ha sempre riconosciuto nei migranti una presenza viva del Signore che, nel giorno del giudizio, dirà a quelli che sono alla sua destra: “Ero straniero e mi avete accolto”… La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità».

Anche nella Dichiarazione “Dignitas infinita” (L’infinita dignità umana) del Dicastero per la Dottrina della fede (02. 04. 2024) si legge:

«È pertanto sempre urgente ricordare che ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione. La loro accoglienza è un modo importante e significativo di difendere l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione».

Appunto. Quanto all’immondizia che sporca il “mondo” riducendolo ad un immondezzaio (e non è solo un gioco di parole), solo Dio, il quale conosce il segreto dei cuori e lo custodisce con misericordiosa delicatezza, sa chi è davvero… immondo!

Ultimo aggiornamento: 6 Dicembre 2025