TRA SANTA LUCIA E BABBO NATALE
Nei nostri paesi è la Santa prediletta dai bambini. Siracusana di nascita, Lucia (+ 13. 12. 304) è ricordata come una giovane che “risplende” per la sua integrità verginale e la “luminosa” testimonianza di amore a Gesù, che non ha rinnegato neppure tra i tormenti del supplizio. Lo dichiara il suo stesso nome, la cui radice rinvìa esplicitamente alla “luce”. Un simbolo che ricorre con frequenza anche nella predicazione del Signore: “Voi siete la luce del mondo”. E che, già nella comunità cristiana primitiva, fu adottato per definire i discepoli, rigenerati nel battesimo come “figli della luce”.
Non a caso, forse, il martirio di Lucia custodisce la memoria di un accanimento brutale degli aguzzini contro gli occhi: che, per il corpo umano, rappresentano le porte d’ingresso della luce, ma che, al dire di Cristo, sono, soprattutto, lo specchio dell’anima, il riflesso di una luminosità interiore, profonda e segreta. Lucia, dunque, irradia il chiarore della “grazia” di cui la ricolma lo Spirito del Signore. Il suo ricordo, pochi giorni prima della liturgia natalizia, ci predispone all’accoglienza del Salvatore: annunciato dai profeti come il “sole di giustizia” (Mal. 4,2), la “grande luce che rifulse su coloro che abitavano in terra tenebrosa” (Is. 9,1). Moltiplicando la gioia. I Santi, in effetti, sono i “conduttori terminali” non solo di un irresistibile “splendore mistico” ma anche di un gaudio incontenibile. Per questa ragione la tradizione affida loro il compito di portare regali ai bambini. Perché risulti più evidente che ogni “dono perfetto viene dall’alto” (Gc. 1,17).
Una provocazione particolarmente in sintonìa con il mistero del Natale: che riconosce in Gesù, Figlio amatissimo del Padre, il più sorprendente e incomparabile dei doni di Dio all’umanità. Una consapevolezza abbondantemente snervata dal tentativo, ricorrente in molte scuole italiane, di “demitizzare” la Natività di Cristo per non “violentare” la sensibilità degli alunni non cristiani o atei. In nome della tolleranza e dell’inclusione. A motivo delle quali, paradossalmente, viene escluso il protagonista stesso del Natale. Risolvendo la scadenza natalizia, troppo rilevante per essere ignorata (con il suo corredo di regali, cenoni, vacanze e luminarie…) mediante l’ingaggio di un “neutralissimo” Babbo Natale, posando accanto al quale, nelle aule in cui è proibito allestire il presepe, gli alunni della “scuola inclusiva” possono scattare anche simpatiche foto: in memoria del Gesù che non è legittimo nominare, ma la cui nascita definisce, anche sui calendari più profani e mondani, la cronologia della storia umana tra il “prima” e il “dopo di Lui”. Una specie di aborto intellettuale, insomma.
Un’idiozia denunciata, con buona pace di taluni rappresentanti del corpo docente (che se fossero davvero pluralisti ed inclusivi rifiuterebbero l’indistinzione omologante e valorizzerebbero le identità) da un’incontestabile evidenza: il “fantastico” Babbo Natale è una figura storica, anzi un “cristiano battezzato” eccellente. Si tratta di S. Nicola di Myra in Turchia (+ 6. 12. 343). Il nome stesso, Santa Claus (da “Nikolaus”), lo rivela. E’ vescovo e anziano: per questo porta l’abito paonazzo episcopale e la lunga barba bianca. Lo si commemora il 6 dicembre: i paesaggi invernali, perciò, rappresentano il suo ambiente. E’ protettore di molti popoli, come la Russia e la Grecia. Porta regali ai bambini in Germania, in Olanda, nei Paesi Scandinavi e, quindi, nell’America settentrionale, dove ha assunto il nome di Babbo Natale. Insomma: anche volendo laicizzare al massimo… non si possono facilmente smentire le “radici cristiane”.
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre 2025