IL NATALE DI MIA MAMMA
Il 22 dicembre 2005, dopo quasi due mesi di coma profondo, mia mamma portava a compimento la sua esistenza umile e laboriosa, entrando nell’eternità. A vent’anni dalla morte – che i Cristiani anticamente chiamavano “giorno natalizio” – rileggo il saluto che le ho rivolto al termine delle esequie, celebrate nel mio paese di origine, a Scandolara Ravara, proprio la vigilia di Natale. Le condivido per illudermi di poter riparare alle mie molte mancanze nei suoi riguardi e… per onorarne la memoria. Oltre che per invocarne la benedizione.
«Mentre ringrazio Dio di averci dato una madre come la nostra, non così perfetta da metterci in soggezione, e non così “comune” da perdere autorevolezza, non posso non salutarla, oggi, con due parole estremamente semplici e impegnative: “grazie” e “perdono”. Grazie per tutto il bene che ci ha voluto. Grazie perché ha vissuto per noi e ci ha insegnato che è possibile stare al mondo solo per gli altri. Grazie perché noi figli, nonostante le strade diverse, non abbiamo mai perso il senso della nostra famiglia. Io, in particolare, più delle mie sorelle, la devo ringraziare per il suo servizio quotidiano, discreto, indispensabile, attentissimo.
Fino all’ultimo giorno. In questi quasi cinquanta giorni di degenza le ho accarezzato spesso le mani: callose e sformate dal lavoro. Che ho baciato, inchinandomi con venerazione, e pensando: “Mamma, queste mani sono diventate così per me!”. Appena dopo la morte, le ho preso la mano, che via via si raffreddava e sbiancava, nell’illusione infantile di poterla trattenere ancora… per dirle, finalmente, “grazie!”. E anche “perdono!”: perché non ho ripagato adeguatamente il suo amore e il suo servizio. Anche se una madre si accontenta di poco: di una parola, di un gesto, di un segno. Perdono, soprattutto, per la sofferenza che le ho causato tenendola costantemente ai margini del mio ministero: benché le avessi spiegato, più volte, che un prete deve essere libero dalla “ragionevolezza” di una mamma, dalle sue raccomandazioni sul troppo e sul poco, dai suoi giudizi sulle situazioni e sulle persone… Insomma, le spiegavo che una madre deve tenere le distanze dalla famiglia di suo figlio per non diventare una suocera pericolosa… anche da una famiglia così particolare come è una parrocchia. In realtà, non accettavo di parteciparle le umiliazioni, le incomprensioni, le critiche cui è normalmente sottoposto il lavoro di un prete: sarebbe stato, per lei, un ulteriore, inaccettabile dolore. Benchè intuisse, comunque, tutto o quasi, dai miei lunghi silenzi. Per questo, qualche volta, la trovavo in lacrime.
Grazie dunque, e perdono! Ho ripetuto tante volte, queste due parole, nei giorni della sua totale mancanza di coscienza: troppo tardi! Accolgo come una giusta punizione, per questo ingiustificabile ritardo, il suo silenzio. Nel suo perdono spero comunque. Non me lo avrebbe negato. Come anche confido nel suo accompagnamento di preghiera: adesso anche più di prima. Tra le mani di mia mamma, ieri sera, ho “imprigionato” una statuetta di Gesù Bambino: vita e morte, appartengono a Dio, e noi siamo suoi; che questo Natale spalanchi ai suoi occhi il mistero nascosto nei secoli e rivelato a noi in Cristo Gesù».
Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre 2025