ELUANA… E LA GIORNATA DEGLI STATI VEGETATIVI
Il 9 febbraio 2011, a due anni esatti dal drammatico epilogo della vita di Eluana Englaro (+ 9 febbraio 2009) – la donna di Lecco precipitata nello stato vegetativo in seguito ad un incidente stradale e che, privata dell’alimentazione e dell’idratazione, venne lasciata morire, “dolcemente” secondo alcuni, “atrocemente” secondo altri, per volontà della famiglia e con il consenso della magistratura – si celebrò, per la prima volta, la “Giornata nazionale degli stati vegetativi”: la istituì il Governo allora in carica con lo scopo dichiarato di sensibilizzare e «focalizzare – si legge nel decreto apparso sulla Gazzetta Ufficiale il 26 novembre 2010 – l’opinione pubblica sulla dolorosa situazione dei malati che si trovano in stato di
gravissima disabilità da stato vegetativo, da gravi lesioni acquisite e dei loro familiari».
La “giornata”, da commemorare annualmente nella data della morte della Englaro, rimane un’iniziativa interessante e provocatoria, suggerita dalla volontà buona di ridiscutere, alla luce delle evidenze medico-scientifiche e di criteri morali non puramente soggettivi, l’approccio a situazioni di fragilità permanente come quella di Eluana. Il cui “caso”, in effetti, divise l’Italia tra “pietosi” (che invocavano l’interruzione del trattamento di alimentazione e idratazione) e “irriducibili” (fautori del diritto elementare ad essere nutriti e abbeverati anche per le persone che non possono provvedere a se stesse e sono in stato di minima coscienza).
Nel pieno del dibattito politico e della polemica ideologica, il 25 novembre 2008, in occasione del 38° compleanno di Eluana, anch’io, nonostante fossi un “illustre signor Nessuno”, le inviai, attraverso le pagine del nostro settimanale diocesano “Vita Cattolica”, una “lettera aperta”. Tra le altre cose, scrivevo:
«Carissima Eluana… il tuo silenzio impenetrabile e la tua insuperabile immobilità ci mettono
a disagio. Non riusciamo più a capire se ti amiamo aiutandoti a campare in uno stato che ci appare puramente “vegetativo” (però i movimenti ecologisti conducono ammirevoli battaglie per salvare gli esseri dotati di un ciclo vitale “esclusivamente vegetativo”), oppure se possiamo volerti più bene interrompendo quella che, agli occhi di tanti, si presenta come una inutile, interminabile agonìa. La pietà, perciò, si confonde con la crudeltà… La stanchezza surclassa la resistenza: pensiamo a te, che, dal nostro punto di vista, “non ce la fai più” a vivere in queste condizioni… e non ammettiamo che anche noi siamo esausti; anzi, che soprattutto noi non accettiamo di dover sprecare energie, risorse, giornate, mesi ed anni attorno a persone come te, che non ci concedono un cenno di risposta e ci restituiscono un’inaccettabile frustrazione da impotenza. (…) Tuttavia, è attraverso persone come te che riconosciamo l’assoluta gratuità del vivere. La tua fragile esistenza, affidata, senza pretese e senza minacce, alle nostre mani accoglienti o assassine, è una “cattedra” davvero speciale. Dalla quale possiamo apprendere la lezione più importante… della vita. Buon compleanno, Eluana. E grazie perché ci sei!».
Due mesi dopo Eluana lasciava questo mondo. I “pietosi” avevano accusato gli “irriducubili” di accanimento terapeutico: e la magistratura volle mostrarsi “pietosa”. In realtà la Englaro non era malata terminale né agonizzante. Non c’era alcun macchinario nella sua stanza, niente tubi da strumenti elettromedicali né monitor. Respirava autonomamente e viveva di vita propria. L’unica “spina” era quella della radio, sintonizzata di tanto in tanto su programmi musicali. Eluana alla sera si addormentava, alla mattina apriva gli occhi e si svegliava. Non le sono mai stati somministrati antibiotici e neppure farmaci salva-vita: era semplicemente alimentata e idratata. E, fino a prova contraria, il mangiare e il bere non costituiscono “terapia”, men che meno “accanimento terapeutico”.
In questi ultimi anni, poi, i protocolli adottati in molti centri per la riabilitazione hanno portato ad evoluzioni e miglioramenti per tante persone in stato vegetativo, fino ad arrivare, talvolta, al risveglio. La neuroscienza sta facendo passi da gigante, dimostrando che nel 40% dei casi “dentro quei cervelli apparentemente spenti” può vivere una coscienza, che lancia segnali, che percepisce il mondo esterno e che a volte perfino “comunica”. In ogni caso, i soggetti inguaribili non sono mai incurabili. Prendersene cura è una scelta di responsabilità e di umanità.
Nel gennaio 2018 in Italia è entrata in vigore la legge sul testamento biologico con le “disposizioni anticipate di trattamento” (DAT) che introducono la possibilità di rifiutare alimentazione e idratazione, così come altre cure mediche, anche per pazienti stabilizzati e non in fase terminale. La normativa fu spacciata come un passaggio di civiltà indispensabile al nostro Paese: a distanza di otto anni pare che appena lo 0,4% degli Italiani abbia redatto le “DAT”. Se la matematica non è un’opinione, i numeri qualcosa significano… o no? Per noi credenti, poi, il corpo del malato è carne e sangue del Crocifisso: servire chi soffre è adorare il Corpo di Cristo.
Il 9 febbraio 2026 è la XV Giornata nazionale degli stati vegetativi: Eluana, oggi, parla… più di ieri.
Ultimo aggiornamento: 8 Febbraio 2026