LA PAROLA AL PARROCO, 1 marzo 2026

SUL MONTE TABOR… RAPITI DALLA BELLEZZA

Il mistero della trasfigurazione di Gesù è ambientato – secondo il racconto evangelico – sul monte Tabor in Palestina. La montagna, nella visione biblica, è un contesto privilegiato per incontrare Dio. La vetta, così vicina al cielo, spesso avvolta dalle nubi, talvolta perfino irraggiungibile, rappresenta il limite umanamente insuperabile oltre il quale abita l’Altissimo con la sua gloria inconoscibile e… vertiginosa. Della quale è offerta un’anticipazione estasiante a chi osa la scalata… custodendo puro il cuore. Gesù è un frequentatore di monti: vi si ritira in solitudine a pregare; vi raduna la folla per consegnare, con l’autorevolezza di Mosè, la legge nuova delle beatitudini; ci vive la sua agonìa prima di bere il “calice” amaro del tradimento e dell’abbandono; vi consuma, sulla croce, l’offerta suprema d’amore al Padre e all’umanità. Ma prima, vi si trasfigura.

L’esclusiva è per tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Testimoni di una vera teofanìa: ovvero, di un’esperienza diretta del divino. La montagna, però, non è solo una cima: rappresenta anche un percorso… tutto in salita. Arduo, quindi: benchè le altezze esercitino una misteriosa attrazione. E faticoso: tanto da scoraggiare chiunque supponga, incautamente, di poter affrontare l’impresa senza attrezzarsi. L’ascesa, infatti, prevede impegnativi superamenti e radicali spogliazioni, oltre che allenamento. Chi imbocca un sentiero dovrà essere uno scalatore più che un escursionista. Consapevole, fin dalla partenza, che molte piste, pur aggredendo il pendio, non conducono alla meta e finiscono sull’orlo dell’abisso: solo la via direttissima e verticale (avverte il mistico S. Giovanni della Croce nella sua opera “Salita al Monte Carmelo”) garantisce l’ingresso nella “dimora” di Dio e la grazia dell’unione trasformante con Lui. Accedere alla vetta, secondo la tradizione orientale della “filocalìa” (etimologicamente: amore del bello), significa conoscere intimamente la Bellezza; che non è una qualità, ma una persona: il Signore Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 44). E rimanerne rapiti. Se Pietro, sul Tabor, osa rompere l’incanto della contemplazione, è solo per tentare di “trattenere”, il più a lungo possibile, il contatto con la Bellezza: «Rabbì, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende…». L’ascesa al monte, infatti, produce, attraverso una purificazione progressiva ma implacabile, la “trasfigurazione” anche dell’ascensionista: che non esiste più per sé, ma per Dio; che non vive più di sé, ma di Dio.

La santa montagna – spiega S. Giovanni della Croce – è Cristo stesso. Il Figlio amato: da ascoltare. Sempre. Anche dopo la discesa a valle. Anche quando la bellezza della luce taborica sarà eclissata dall’oscurità infamante del Calvario. Quando a “spaventare” i discepoli non sarà il mistero ineffabile della gloria ma lo scandalo inaccettabile della croce. Nella pianura della storia, fatta di paludi, di foreste selvagge e di deserti aridi, i discepoli però, non tornano soli: Gesù è con loro… ma “solo” lui. Con l’opacità di una sua umanità uguale alla nostra. Senza altro splendore che quello della verità. Lui, e solo Lui – secondo la pregnate definizione di papa Giovanni Paolo II – è “veritatis splendor”, lo splendore di verità!

ABBI CURA DI LUI: LA PROSSIMITA’ DA GERUSALEMME… ALLA CALCIANA

Il secondo appuntamento quaresimale è… pura spiritualità: una sosta per pregare il Vangelo, meditando la parabola del “buon samaritano” (Lc. 10, 29 – 37), che papa Leone, nella sua prima Esortazione Apostolica sull’amore verso i poveri “Dilexi te” (Ti ho amato), ripropone quale modello ispiratore dello stile con il quale i discepoli di Gesù, benchè immersi “in una cultura dominante… che spinge ad abbandonare i poveri al loro destino”, scelgono, al contrario, di farsene carico e di prendersene cura. Il Santo Padre cita abbondantemente l’enciclica “Fratelli tutti” del predecessore, evidenziando, senza troppi giri di parole, le inequivocabili responsabilità personali e collettive imposte dall’esercizio della fraternità. Poichè la realtà, rappresentata allegoricamente da Gesù nella parabola, è la stessa anche oggi: sulla strada che da Gerusalemme scende verso Gerico… fino alla Calciana, non si contano gli “sventurati”, aggrediti, feriti… eppure ignorati e abbandonati.

Ci aiuterà ad “entrare” negli occhi e nel cuore del “buon samaritano” (giovedì 5 marzo presso il Santuario della Rotonda: ore 20.45) la prof. Chiara Ghezzi, docente di storia e filosofia presso il Liceo Classico “D. Manin” di Cremona e vicepresidente diocesana dell’Azione Cattolica.

Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2026