LA PAROLA AL PARROCO, 12 aprile 2026

DOMENICA “IN ALBIS”: ANCHE L’ABITO… FA IL MONACO

Si sente ripetere spesso il proverbio che “l’abito non fa il monaco”: per quanto mi riguarda non sono del tutto d’accordo. Per lo meno non senza qualche precisazione. L’abito, infatti, può aiutare molto il monaco… e non solo il monaco! L’avevano intuito gli antichi fondatori degli Ordini monastici e, lungo i secoli, i più carismatici innovatori delle “osservanze” religiose, maschili e femminili, che introducevano i loro seguaci nella nuova “forma di vita” con il rito pubblico della “vestizione”. In effetti la “veste” è un segno di identificazione immediato: esteriore, fin che si vuole, ma esplicito. E, per questo, è anche un’utile “custodia”. E perfino una provocazione: che il più delle volte si trasforma in vulnerabilità.

Me ne sono reso conto durante un viaggio in treno a Roma, negli anni in cui frequentavo una università pontificia nella capitale: anche se non è una memoria recente, il ricordo è ancora molto vivo. Partito dalla stazione di Parma, alla fermata di Bologna ha preso posto, sul mio stesso vagone, un signore “non propriamente distinto” che, sedutosi non lontano da me, e riconoscendomi per un prete (indossavo un tradizionalissimo clergyman), dopo una pubblica professione di fede cattolica, ha letteralmente vomitato, nel silenzio allibito e imbarazzato degli altri viaggiatori, tutto il veleno che aveva in corpo: contro il papa, contro i falsi profeti e i bigotti, contro i frati e le suore… ripercorrendo (un po’ a spanne, a dire il vero) duemila anni di storia del Cristianesimo, in una arringa durata ininterrottamente quasi tre ore. Tanto che qualcuno dei presenti, oltremodo infastidito, ha tentato – inutilmente – di “spegnerlo”, ricorrendo perfino all’intervento del controllore. L’occasione (non è stata l’unica né l’ultima) mi ha offerto la cognizione chiara di cosa significhi essere “riconoscibili”. L’abito “canonico” mi ha concesso la gioia e la pena di essere “identificato”. In effetti, con una “divisa” addosso si è, paradossalmente, molto “nudi”. E perciò vulnerabili. Dunque, anche l’abito “fa il monaco”: nel senso che lo “distingue” in mezzo agli altri, lo obbliga ad esporsi, a rischiare.

E’ vero, al contrario, che la “veste” può anche nascondere, camuffare, rassicurare. Ci si può illudere, talvolta, che un abito “esterno”, soprattutto se di indole religiosa, possa coprire o, perfino, supplire a certe gravi carenze “interne”. Nella tradizione cristiana, tuttavia, la “veste” non ha mai il significato di un paludamento indossato per mascherare, ma esprime, piuttosto, la visibilità di una trasformazione interiore: al “figlio prodigo” della parabola evangelica, il padre misericordioso riconsegna l’abito “filiale”, simbolo della piena reintegrazione e comunione nella casa paterna (Lc. 15,11-32). Così, del resto, prega splendidamente il salmista: «Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perchè io possa cantare senza posa: Signore mio Dio ti loderò per sempre!» (Salmo 29). Anche nella celebrazione del battesimo, i neonati o i catecumeni vengono rivestiti di una tunica candida: “segno – spiega il rituale – della nuova dignità di figli di Dio”. Quella stessa “alba” (saio bianco) che, anticamente, i Neo-battezzati deponevano otto giorni dopo la Veglia pasquale: nella domenica “in albis depositis” – secondo la dizione latina – ovvero “quando venivano deposte le albe” nell’ultimo giorno dell’Ottava di Pasqua. E’ con questa “veste battesimale”, comunque, che vorrei essere identificato nel giorno in cui, secondo la “parabola degli invitati alle nozze” (Mt. 22,1-14), il Signore della storia vorrà parteciparmi il suo banchetto regale. Perché, in quell’ora, l’abito clericale mi gioverà a poco e, anzi, potrebbe aggravare la mia posizione al cospetto del Gran Re… tanto da meritarmi il suo terribile giudizio: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2026