SECONDO IL CUORE DI CRISTO
Se Dio, eterno e onnipotente, nel suo irresistibile amore per l’umanità, si è dato, in Gesù di Nazareth, un vero corpo di carne”, oggi – cioè anche in questo preciso momento – in Lui pulsa un “cuore di carne”. Che palpita, freme, si scioglie, si affligge e si commuove nel suo Verbo… incarnato. Il dato è storico e dogmatico: infatti “la carne (di Cristo) – scrivevano i Padri della Chiesa – è il cardine della salvezza”. Anche dal punto di vista spirituale, la venerazione per la “santa umanità” del Signore (come la definisce S. Teresa d’Avila +1582), adorata non solo nei suoi sentimenti e nella sua libera obbedienza al Padre, ma anche nel suo travaglio corporale, “fisico e organico”, rappresenta la premessa e il presupposto della devozione al suo “Cuore sacratissimo”. E’ soprattutto la “meditazione sul Crocifisso”, il cui costato – secondo l’evangelista Giovanni – fu trafitto dalla lancia, il percorso attraverso il quale tanti Contemplativi, uomini e donne infiammati di“amor sacro”, hanno “intuito” la centralità del “cuore” nel mirabile mistero della Redenzione. In risposta all’antico ammonimento profetico (“Guarderanno a colui che hanno trafitto”: Zac. 12,10), i grandi autori della mistica cattolica di ogni epoca hanno “indagato”, nel fianco aperto del Cristo in croce, la presenza nascosta del “cuore”. Come rivela il monaco Guglielmo di St. Tierry (+1148): «Nel tuo costato noi metteremo non solo il dito e la mano, come Tommaso, ma attraverso la porta aperta entreremo, o Gesù, fino al tuo cuore, sede sicura di misericordia per noi» (Meditativae orationes). Papa Giovanni Paolo II poi, da mistico e poeta quale era, ha voluto “cogliere”, nella promessa consegnata dal Dio biblico al profeta Geremia (“Vi darò pastori secondo il mio cuore”: Ger. 3, 15), un implicito riferimento al “cuore” stesso di Gesù, riconoscendo, così, uno speciale legame tra la vocazione e la missione dei pastori del “nuovo Israele” con le intenzioni dell’unico Pastore.
Pertanto la Chiesa, nella solennità del “Sacro Cuore”, prega per i suoi preti: perchè siano santi. La santità non è certo una “prerogativa” dei sacerdoti, e neppure una condizione che deriva “automaticamente” dal sacramento dell’Ordine. E’ una vocazione: per noi preti come per tutti i battezzati. Ma è fuori dubbio che esiste un rapporto singolare tra il nostro servizio di “dispensatori della grazia” nella Comunità dei discepoli e la qualità della nostra personale “unione con Dio”. E la consapevolezza del “dono che è stato posto nelle nostre mani” come un “tesoro in vasi di creta”, rende ancora più sconvolgente il mistero della nostra “elezione”: noi, per primi, infatti, rimaniamo sconcertati dalla fiducia che Dio ripone nella nostra umanità piena di limiti caratteriali, di carenze intellettuali, di debolezze morali e di resistenze allo Spirito. Sappiamo, infatti, di non essere migliori degli altri e neppure più degni. Anche Colui che ci ha scelto, lo sa. Un rischio, il suo, da “capogiro”: che“sovrastima” la nostra responsabilità e libertà, e compromette platealmente la sua “reputazione” divina. Beh, che aggiungere? Noi sacerdoti abbiamo, davvero, bisogno della preghiera dei nostri fratelli e delle nostre sorelle: più che dei loro – sia pure “giustificatissimi” – giudizi critici!
Quest’anno la solennità del Cuore Sacratissimo di Cristo cade venerdì 12 giugno: il giorno successivo il prete novello don Alessandro Galluzzi celebrerà la sua “Prima Messa celcense”. Pregheremo con lui e per lui: perchè serva il gregge che gli sarà affidato da “pastore secondo il cuore” di Gesù. E perchè sia concessa ancora, alle nostre tre parrocchie, la grazia di vocazioni sacerdotali.do tra le nostre case non voglio perdere l’occasione per affidargli la “sua” gente: in ogni famiglia c’è un problema; dietro le imposte di tante abitazioni si nascondono croci pesanti, malattie senza speranza, affanni inimmaginabili… Tutte cose che Lui sa già: ma io ho bisogno di affidargliele, perché la “sua” gente è anche la “mia”. Anche il verbo “amare” è essenziale nella festa del “Corpus Domini”. La nostra processione sarà solenne: ritmata dalla preghiera e dalle tradizionali melodie della banda musicale; probabilmente senza la magnifica “folla” che inorgogliva, nel passato, il pastore e il gregge: ma ci sarà Lui, nell’adorabile sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, a rendere incandescente l’evento. Anche il verbo “adorare” è determinante nella festa del “Corpus Domini”. Usciremo di chiesa procedendo lentamente lungo le strade che di solito percorriamo in fretta e distratti: non perchè ci interessi esibire e imporre pubblicamente la nostra presenza! Vogliamo, piuttosto, assumere il passo, umile ma determinato, dei viandanti, pellegrini di speranza e di conversione, decisi a seguire Gesù, perchè… senza Eucarestia non possiamo vivere! Anche il verbo “testimoniare” è fondamentale nella festa del “Corpus Domini”. Passeremo tra gli ambienti della nostra vita “laica”, ma non per “consacrare” ciò che è ancora profano: infatti siamo già tutti sacerdoti, per il battesimo, e possiamo offrire a Dio, in ogni momento, il sacrificio della nostra esistenza “tutta feriale”. Intendiamo, piuttosto, “eucaristicizzare” lo stile del nostro vivere: per “lasciarci mangiare la carne addosso” dalla gente che incontriamo, dai buoni e dai cattivi, da chi ci ama e da chi ci odia. Alla scuola dell’Eucarestia. Perfino il verbo “sacrificarsi” è cruciale nella festa del “Corpus Domini”.
Ultimo aggiornamento: 6 Giugno 2026