LA PAROLA AL PARROCO, 14 giugno 2026

AGLI OPERAI DELL’ULTIMA ORA

Quest’anno sono cinque. Cinque giovani preti sono stati aggregati al lavoro nella grande “messe” del Signore. Sono gli operai dell’ultima ora. Si inseriscono, pertanto, nel campo in cui altri hanno già faticato e sudato prima di loro: con il timore, tipico degli apprendisti, di disperdere il frutto dell’altrui operosità, il raccolto generoso e abbondante che altri hanno seminato, piantato, irrigato… ma che solo il Padrone è in grado di far crescere. Il Vangelo ricorda a loro, come a noi, che si può entrare nella vigna, mandati dal Vignaiolo, anche con la segreta intenzione di usurparla al Figlio, sostituendosi a Lui. E’ sempre difficile, per il prete “novizio” come per quello più “maturo”, rinunciare alla tenue luminescenza di un certo messianismo personale! Si può trattare la “vigna” come una proprietà: da gestire secondo criteri propri, da usare per celebrare le proprie attitudini, da sfruttare fuori dagli interessi del Padrone. I cinque nuovi operai saranno inviati come segno della cura e della gelosia di Dio per la sua vigna. Sono gli operai dell’ultima ora, accolti con riconoscenza dagli altri che hanno già portato il maggior peso della giornata: sono gli ultimi e saranno ricompensati come i primi… e anche più dei primi.

Così ha deciso il Padrone: ogni operaio ne è consapevole, fin dall’ingaggio. E ne è felice! La libertà del Padrone è sconvolgente e rivela quanto sia nuova e paradossale la logica del lavoro in una tale messe, nella quale la semente viene sparsa con una prodigalità irragionevole, confidando nella forza stessa del “seme” più che nella premura del seminatore. I nuovi operai sanno, comunque, di dover sgobbare: i “calli” sulle mani, conquistati come una onorificenza per fedeltà alla fatica, li aiuteranno ad attenuare una certa fisiologica e inevitabile callosità del cuore. Il servizio al Regno, infatti, non risparmia difficoltà, delusioni, solitudini, e perfino “lacrime amare”. Anche queste sono comprese nel centuplo promesso da Gesù a coloro che hanno lasciato professione, carriera, affetti… per causa sua e del Vangelo: trasfigurate dall’amore, le lacrime di un prete sono come “l’acqua unita al vino” che egli stesso, durante l’Eucarestia, mesce nel calice per la “sete” del mondo! A rendere ancora più evidente la partecipazione personale del sacerdote all’offerta dell’unica Vittima: perché i suoi fratelli e sorelle abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. La consuetudine alla contemplazione consentirà ai nuovi operai di ricapitolare, giustificare e fecondare, nella “Messa” che celebreranno quotidianamente, lo sforzo, spesso inconcludente, del loro lavoro nella “messe”. Senza scandalizzarsi di sentirsi “servi inutili”. Un prete che “contempla” il Crocifisso può portare qualsiasi croce. Gioiosamente. Quest’anno i nuovi operai sono solo cinque.

Sembrano pochi… se si pensa alla “messe” che – dice Gesù – è molta e “abbondante”: in realtà sono tantissimi. L’immensa gratitudine per i nuovi giovani sacerdoti deve, dunque, trasformarsi in supplica. Corale. Convinta. Sempre più insistente: “Manda, Signore, operai nella tua messe!”.

Ultimo aggiornamento: 14 Giugno 2026