PELLEGRINI PER DAVVERO: IERI STEPHANIE, OGGI MARTIN
Era arrivata in paese, a piedi, senza clamore, nel primo pomeriggio di una fredda giornata del gennaio 2010. Trascinandosi dietro un’asina carica di bagagli. Suscitando, perciò, una certa curiosità, non poche domande e perfino qualche sospetto. Si chiamava Stephanie: era una studentessa francese, e frequentava il terzo anno della Facoltà di Medicina. Stava compiendo un pellegrinaggio: nientemeno che in Terra Santa! A piedi. Una famiglia della piccola Comunità di Cividale Mantovano – di cui allora ero parroco – preoccupata per la temperatura “polare” della notte, la ospitò nella sua casa: offrendo una stalla anche per Noisette, l’inseparabile compagna a quattro zampe dal pelo color “nocciola”. Poco prima dell’ora di cena, informati dell’inconsueta presenza, con un gruppetto di giovani raggiungemmo la stravagante “avventuriera”. La giovane ci accolse con il suo splendido sorriso. E con i suoi profondissimi occhi di colore azzurro scuro, incastonati nel volto brunito dal sole della montagna, e aureolato dai capelli biondi raccolti all’indietro. Una ragazza solare. Bellissima. Di una bellezza non puramente esteriore! Incalzata dalle nostre domande, Stephanie ci spiegò di avere interrotto gli studi per concedersi un “anno sabbatico”: con l’intenzione di dedicarsi alle “questioni essenziali” della sua vita. Di aver intrapreso, dopo alcuni mesi trascorsi in una abbazia, il pellegrinaggio verso Gerusalemme per “ascoltare Dio” nel silenzio, nella solitudine e nella preghiera. Una follìa alla quale stentavo a credere: tanto era evangelicamente audace! «Voglio capire che cosa Dio vuole da me» ripeteva. In Palestina – secondo i suoi calcoli – Stephanie sarebbe arrivata ad agosto, dopo avere percorso più di cinquemila chilometri, attraverso la Croazia, la Serbia, la Bulgaria, la Turchia, la Siria e il Libano. Un viaggio pieno di disagi, condizionato pesantemente dal clima: dal rigore della stagione invernale prima, e dall’ardente calura estiva poi. Un percorso senza sicurezze, che avrebbe messo a dura prova la sua resistenza fisica e psicologica. Un esercizio penitenziale d’altri tempi, apparentemente sproporzionato per le forze di una ragazza di oggi; che pellegrinava vivendo, sostanzialmente, di elemosina. Una libertà radicale che farebbe paura anche al più allenato degli asceti. Nel suo zaino, Stephanie portava la Bibbia ed il salterio. Prima di salutarci recitammo insieme una preghiera, invocando la benedizione del Signore sul suo
straordinario e ardito itinerario “nella fede”. Le chiedemmo di ricordarci presso il Santo Sepolcro di Gesù, testimone della Sua definitiva vittoria sulla morte. Inutile osservare che i giovani della parrocchia rimasero molto colpiti dall’incontro con la loro coetanea francese. Ammirati e… perfino invidiosi.
Ma siccome il buon Dio non smette mai di sorprendermi, una quindicina di giorni fa, il 22 luglio 2026, si è presentato anche a Calcio un pellegrino francese, Martin. Un giovanotto alto, dagli occhi chiari, dalla faccia pulita. Presumo poco più che ventenne. L’ho intercettato nella nostra chiesa arcipretale, verso le 16.00, mentre, in piedi davanti all’altare con lo sguardo fisso al tabernacolo, cantava in latino antiche melodie gregoriane e inni sacri della tradizione gallicana. Una voce splendida, modulata con cura, con una perfezione quasi monastica e amplificata dai volumi basilicali del nostro tempio maggiore. Interruppe il canto appena si accorse della mia presenza. Mi avvicinai, pertanto, invitandolo a riprendere la sua elevazione: che prolungò, con mio grande stupore, per oltre mezz’ora, immobile, intervallando i brani con qualche minuto di silenzio, come se li stesse meditando. Alla fine si è fermato nel banco, in ginocchio. Incontrandolo fuori dalla chiesa, e azzardando il dialogo in lingua francese, ho inteso da Martin che, in sella alla sua bicicletta e con un grosso zaino sulle spalle, proveniva da Mont-Saint-Michel in Normandia, cioè dall’estremo nord della Francia, e che era diretto a Padova, alla Basilica di sant’Antonio per dare compimento ad un voto. Durante la conversazione mi chiese – se possibile – di suggerirgli una sistemazione per la notte, volendo ridurre al minimo il carico economico della sua avventura spirituale: ho interpellato, pertanto, una famiglia calcese – cui sono infinitamente grato – che lo ha accolto, nutrito e rinfrancato con grande cordialità. Il giorno dopo Martin è ripartito. Mentre scrivo è certamente già arrivato a destinazione e probabilmente anche rientrato in patria.
A Stephanie e a Martin si addicono davvero le parole del salmo 70: “Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza”. Io, invece, rimango alquanto turbato: lo spreco di tempo, di energie e di passione con cui Stephanie e Martin hanno affrontato la loro impresa “solo per amor di Dio” mi giudicano e mi condannano. Senza appello.
Ultimo aggiornamento: 7 Agosto 2026