LA PAROLA AL PARROCO, 04 ottobre 2026

NOTRE-DAME DE PARIS… ANCORA IN FIAMME


Il 15 aprile 2019 ho seguito “in diretta”, come milioni di uomini e donne da ogni latitudine del pianeta, lo“spettacolo”, spaventoso e inquietante, dell’incendio che ha devastato la superba Cattedrale di Parigi, simbolo della cattolicità francese e monumento insigne alla cultura e alla storia occidentali: assistendo, incredulo e commosso, al divampare delle fiamme per ore interminabili, alla caduta della guglia, al crollo del tetto trecentesco… In molti, durante e dopo quello che è stato provocatoriamente definito “l’inferno di Notre-Dame”, hanno tentato di tradurre in parole i loro sentimenti, ovvero lo sconcerto, il senso di impotenza, il turbamento, la desolazione… Non sono mancate, nell’immediato, anche interpretazioni apocalittiche estendendo lo sguardo catastrofico dalla Cattedrale alla condizione del Cristianesimo in Francia e in Europa: come se “l’inferno di Notre-Dame” fosse un “segno divino”, una sorta di avvertimento del Cielo ad una Chiesa prossima alla “consumazione” e destinata a “polverizzarsi”, esposta com’è, ingenuamente e colpevolmente, alle vampate del“fuoco inestinguibile” della secolarizzazione, del neo-paganesimo, della islamizzazione…

In quei giorni di unanime avvilimento a me è sembrato doveroso leggere l’evento, per quanto drammatico, in una “chiave” diversa, anzi, alternativa. Di più: pasquale. Mi aveva molto impressionato, infatti, il “radunarsi” (che è verbo tipicamente ecclesiale) spontaneo dei Cattolici francesi attorno alla loro Cattedrale in fiamme, per piangere, pregare, cantare la fede… E tra loro moltissimi giovani: «Ecco – pensavo – la vera Chiesa di Parigi: l’edificio spirituale costruito con pietre vive e scelte, indissolubilmente unite alla “pietra angolare che i costruttori hanno scartato”, Cristo Gesù, e contro la quale le “porte degli Inferi” non prevarranno…». Il “piccolo resto di Israele” in terra gallicana, raccolto mentre l’incendio distruggeva la sua chiesa di pietre, era già un eccezionale segno di speranza; anzi, una vera rivincita spirituale, germogliata sulle ceneri di un’incalcolabile rovina materiale.

Un germoglio, a distanza di qualche anno, ormai rifiorito nel restauro di Notre-Dame della quale, con un gesto solenne e simbolico, papa Leone ha varcato la soglia lo scorso 25 settembre, una settimana fa, “infiammando” il cuore dei Francesi non tanto e non solo di spirito patriottico, quanto piuttosto di un imprevedibile ardore mistico. Un entusiasmo spontaneo e contagioso, popolare ed “esistenziale”, cioè suscitato dalla voglia di esserci, ma lontano anni-luce dall’artificioso culto della personalità di cui ci abbeverano quotidianamente le “cisterne screpolate” della comunicazione controllata dai Narcisi al potere. Ho riletto l’omelìa del Santo Padre alla celebrazione del Vespro nella Cattedrale di Parigi con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i seminaristi francesi: un vero capolavoro di “introduzione alla vita interiore”. Umanissimo l’attacco che contestualizza l’intervento del papa:

«Cari fratelli e sorelle, la preghiera della sera ci ha raccolti nel luogo che da secoli, più di ogni altro, invita Parigi a levare lo sguardo al cielo. Sono passati sette anni da quando il mondo intero, col fiato sospeso, ha osservato la cattedrale avvolta da un incendio spaventoso. Anche allora abbiamo sollevato lo sguardo, sconcertati, riconoscendo l’umana insufficienza di fronte all’imponderabile. Quel dolore non fu dei soli cattolici, né dei soli credenti. Ci accorgemmo, in quell’ora drammatica, che Notre-Dame è più di un monumento. La corale partecipazione alla ricostruzione e ora lo splendore del risultato rivelano che qui batte il cuore di un popolo, che ci troviamo al centro vitale di una civiltà, dove siabbracciano passato e futuro… È stata per me una gioia varcarne la soglia… Il semplice fatto di entrare, ci pone di fronte aduna bellezza che parla al nostro cuore inquieto e lo chiama alla pace. Nel restituire questo spazio all’intera umanità, è stato giustamente inteso quanto ogni visitatore possa lasciarsi rigenerare da ciò che vede, ascolta e prova».

Ha quindi sapientemente intrecciato tra loro la figura della chiesa di materiale inerte con l’esperienza della Chiesa-comunità viva: «La pianta a croce della cattedrale, dove pietra e luce si fondono, evoca l’incontro tra la terra e il cielo. Essa raccoglie e ordina gli eventi della storia, intessuta di gioie e sofferenze umane. Le tiene insieme in una dinamica simbolica, che delle diverse espressioni fa una lingua viva, componendole in unità. (…) Cari amici, dall’Incarnazione discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre “in uscita”. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta…».

Meraviglioso! Notre-Dame brucia ancora… ma di amore soprannaturale. Grazie, papa Leone, per questa“fiammata” di autentico “senso ecclesiale”! Grazie per aver “appiccato” fuochi di sana inquietudine nella coscienza dei Francesi e non solo: sui temi “blindati” dell’eutanasìa, delle migrazioni, del riarmo, della laicità, del dialogo interreligioso, della vocazione europea… Con un’autorevolezza che lascia senza fiato. Altro che… polverizzazione della Chiesa!

Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre 2026